Archivi categoria: Video Arte

How not to be seen (2013) Hito Steyerl

Impertinente parodia di un documentario didattico (il titolo deriva da un celebre sketch dei Monty Python) su come evitare di essere visti in un’epoca di sorveglianza digitale. I suggerimenti per riuscirvi sono satirici e talvolta surreali: ad esempio, diventare più piccolo di un pixel di risoluzione del satellite che vi fotografa (1 piede, 30 centimetri); possedere una borsetta anti-paparazzi; essere un supereroe; essere povero o senza documenti; essere una donna sopra i 50 anni di età, eccetera. L’opera si conclude ironicamente sulle note di “When I will see you again?” (Quando ti rivedrò?), canzone portata al successo nel 1973 dal gruppo vocale americano “The Three Degrees”. Continua a leggere

Matrioskos (2005) Deimantas Narkevicius

Matrioskos usa lo stile documentaristico per ritrarre la vita di tre prostitute lituane, le cui vicende si intrecciano tra loro. La tragedia umana e sociale ha un effetto commovente sullo spettatore, permettendo che venga superata l’evidente discrepanza tra immagine e narrazione.
Narkevicius è uno degli artisti lituani più prolifici e più noti sulla scena artistica internazionale. Ha rappresentato la sua nazione alla 49.a Biennale di Venezia del 2001 e ha esposto alla 50.a Biennale di Venezia del 2003, nella “Stazione Utopia” curata da Molly Nesbit e da Hans Ulrich Obrist. Continua a leggere

Ofelias Blomster (1968) Jørgen Leth

Ofelias Blomster

Nella scenografia di Per Kirkeby, con un fondale blu sulla riva di un laghetto in prossimità di una foresta, l’attrice danese Lene Adler Petersen pronuncia il monologo della pazzia di Ofelia, tratto dall’Amleto di Shakespeare. Tuttavia è continuamente interrotta dal rumore di due blocchi di legno e ogni volta deve ricominciare. In tal modo le parole perdono rapidamente il loro significato e il nostro interesse si sposta dal testo al suono che emerge dalle labbra di Lene Adler Petersen. Continua a leggere

Acéphale (1969) Patrick Deval

Acéphale

Col suo titolo preso dalla rivista di Georges Bataille (Acéphale significa letteralmente “uomo senza testa”, ma figurativamente esprime la necessità di andare oltre il pensiero razionale), questo film di Patrick Deval è il più letterario tra le opere prodotte dalla Zanzibar Films.
Il film si apre con una testa durante una rasatura, in close up. Questa immagine è accompagnata non dal rumore del rasoio, bensì da quello di una sega elettrica, suggerendo la necessità di ottenere una tabula rasa con metodi radicali. La storia prosegue con le avventure di un giovane uomo e dei suoi amici mentre vagano in una Parigi, post maggio ’68, appena riconoscibile. Documentando le espressioni e i gesti della generazione sessantottina francese, Acèphale diventa un film antropologico che ne rivela i riti e le convinzioni. Continua a leggere

Ausweg (2005) Harun Farocki

Ausweg

“La guerra trova sempre un espediente” (Brecht). Se c’è un nesso tra produzione e distruzione, tra lo sviluppo delle forze produttive e quelle distruttive, allora la bomba atomica è l’arma definitiva dell’era industriale. Grande tonnellaggio, il più alto tasso di mortalità, distruzione nel massimo raggio. Cosa c’è dopo di lei, quali sono le armi dell’era postindustriale? Per i prodotti postindustriali vale il fatto che si elimina la loro parte materiale e che pertanto si consumano sempre meno. Per non intasare il mercato, devono venire invecchiati artificialmente, come diceva Marx: venire deteriorati moralmente. Vale anche per il monopolista, che lascia invecchiare e deprezzare i prodotti attraverso continui rinnovi, non c’è più bisogno di concorrenza. La concorrenza finora ha causato ostilità. Ora la concorrenza è interna e non si deve più avere un nemico esterno. Il nemico è in noi e tra noi. Vengono utilizzate armi che colpiscono una persona tra mille. L’economia esige una guerra con la massima precisione. All’incirca: guerra per motivi umanitari. (Harun Farocki) Continua a leggere

Übertragung (2008) Harun Farocki

Ubertragung

Ubertragung è un’opera in cui Harun Farocki (scomparso il 30 luglio scorso) si occupa dei gesti ritualizzati. Documenta le forme di comportamento e in particolare i movimenti delle mani e il linguaggio del corpo di individui che visitano i luoghi della memoria e i monumenti commemorativi. Tutti questi rituali, sia di carattere sacrale che quotidiano, hanno in comune il tentativo di toccare l’intoccabile e di afferrare l’inafferrabile. Quest’opera è stata proiettata alla Biennale d’Arte 2013 di Venezia, all’interno delle Corderie dell’Arsenale. Continua a leggere

Die Worte Des Vorsitzenden (1969) Harun Farocki

Die Worte des Vorsitzenden

“Ero su una nave – sembrava quasi un romanzo: mi ero appena imbarcato per il Venezuela il 2 giugno 1967 e contemporaneamente lo Scià di Persia stava arrivando a Berlino Ovest. Nell’occasione ci furono delle proteste, uno studente fu ucciso, e una nuova forma di movimento di opposizione era nato. L’idea per questo film mi è venuta mentre ero ancora a bordo della nave. Il film è strutturato come uno spot. Il film prende una metafora alla lettera: le parole possono diventare armi. Tuttavia, mostra anche che queste armi sono fatte di carta. Questa arma mette in imbarazzo lo Scià e sua moglie, loro indossano dei sacchetti di carta sulle loro teste con le facce disegnate – lo stesso tipo di borse indossate dagli studenti iraniani per nascondere la loro identità dalla Savak, il servizio segreto iraniano, nel corso delle manifestazioni. Quando ho mostrato questo film in pubblico alla fine degli anni Sessanta, è stato molto lodato. Penso che la gente poi abbia compreso che l’ovvietà è anche una forma di ironia. Tale capacità è stata persa qualche anno più tardi. Ma credo che oggi stia tornando.” (Harun Farocki)

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Deux fois (1968) Jackie Raynal

Deux fois

Deux fois è il primo tentativo di una donna europea di mettere i suoi sogni in immagini, proprio come hanno sempre fatto Bergman, Fellini e Bunuel. E stato considerato il primo film femminista di quegli anni, per come racconta la negazione della donna-oggetto e la sua conseguente trasformazione in soggetto dello sguardo. Continua a leggere

Det perfekte menneske (1967) Jørgen Leth

Una stanza bianca, vuota, solo alcuni elementi essenziali per ciascuna sequenza. Un letto, una coperta e un materasso, un tavolo e delle sedie. “Adesso vedremo l’uomo perfetto in azione”, sentiamo dire, e la voce di Leth sovrappone parole descrittive o enigmatiche ai piccoli gesti che il film ci mostra: l’uomo si tocca il volto in maniera indagatoria, riempie la pipa, si taglia le unghie, si spoglia, ma compie anche azioni più peculiari: salta come se fosse leggerissimo, schiocca le dita in modo strano, danza con movimenti esagerati e senza musica. (da mymovies.it)
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Emak-Bakia (1927) Man Ray

Un variegato ma euritmico carosello di forme geometriche, volti, immagini labirintiche, prospettive insolite, dove persino il semplice colletto di una camicia può diventare il perno per costruire intere sequenze cinematografiche. (da filmscoop.it)

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