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Blade af Satans bog (1920) Carl Theodor Dreyer

Blade af Satans bog

Quattro incarnazioni di Satana nella storia: è un fariseo che convince Giuda a tradire Cristo; un inquisitore che spinge il monaco don Fernandez ad accusare di stregoneria e violentare una ragazza; un giacobino che persuade il servo Joseph a consegnare i padroni ai rivoluzionari; e una specie di Rasputin che, questa volta, non riesce a spezzare l’amore di una coppia di finlandesi che lottano contro i rivoluzionari russi. Ispirato a Intolerance di Griffith e adattato da un romanzo di Marie Corelli, il secondo film di Dreyer è quasi una prova generale delle opere future del regista in cui spiccano le figure delle vittime, dalla patetica Maria Antonietta al dolente e umanissimo Giuda, e un’interessante concezione del diavolo che tenta l’uomo solo perché costretto da Dio, sapendo che ogni successo sarà fonte di ulteriore dannazione. (dal Mereghetti) Continua a leggere

Prästänkan (1920) Carl Theodor Dreyer

Prastankan

All’inizio del Seicento Søfren, giovane pastore protestante, per ottenere una canonica di campagna deve sposare la vecchia vedova del suo predecessore, maritata già tre volte con altrettanti canonici. Dopo le nozze si insedia nella canonica, porta con sé la fidanzata, spacciandola per sorella, e cerca in modi maldestri di sbarazzarsi della consorte. La vecchia scopre la tresca ma li perdona e finalmente muore in pace. Sembra una commedia grottesca dal finale consolatorio, ma non è difficile rinvenirvi i temi delle opere di Dreyer più mature: il conflitto tra l’esistenza e le regole costituite; l’ambiente ecclesiale in cui avviene il conflitto; il diritto della gioventù all’amore; “la ‘diversità’ femminile, assimilata quasi per assioma alla stregoneria ovvero a una forma di devianza sociale” (A. Bernardi). Disseminato di gag comiche o umoristiche, anche chapliniane (Rød, che interpreta Søfren, assomiglia un po’ a Charlot), il 3° lungometraggio di Dreyer è notevole per l’uso degli ambienti naturali (a Lillehamer in Norvegia), la speditezza dei movimenti di macchina, la sensibilità plastica, il ricorso, per la vedova, alla 77enne Carlberg che morì poco dopo la fine delle riprese. (dal Morandini)

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Vredens dag (1943) Carl Theodor Dreyer

Vredens dag

La giovane moglie di un pastore protestante s’innamora del figliastro. Il marito, saputa la verità, muore d’infarto e la madre di lui accusa la nuora di stregoneria. Quando anche il giovane amante, intimorito dalle minacce della nonna, si schiera contro la matrigna, la donna si lascia giudicare e condannare al rogo senza difendersi. Uno dei capolavori assoluti del cinema di tutti i tempi. Il rigore nella ricerca delle immagini (ispirata alla grande pittura fiamminga), la fotografia del paesaggio, la forza e l’intelligenza delle idee espresse dall’autore fanno di Dies Irae un film memorabile. (dal Morandini)

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Vampyr (1932) Carl Theodor Dreyer

Vampyr

David si ferma per una notte in una locanda e conosce uno strano vecchio che gli lascia un incartamento che gli chiede di leggere dopo la propria morte. Ripreso il viaggio giunge al maniero dell’anziano personaggio ed è testimone della sua morte. Letto il manoscritto scopre l’esistenza di una vampira, certa Marguerite Chopin. Dopo alterne vicende David riesce a sconfiggere il male, colpendo al cuore la vampira con un paletto. Capolavoro pieno di inquadrature mirabili come la soggettiva di David che viene condotto, nella bara, verso la sepoltura. Dreyer miscela realtà e onirismo in uno spettacolo di grande effetto. (dal Morandini)

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La passion de Jeanne d’Arc (1928) Carl Theodor Dreyer

La passion de Jeanne d_Arc

Processo e morte sul rogo di Jeanne d’Arc (1412-31), giovane contadina lorenese, concentrati in un sola giornata (14 febbraio 1431): la Pulzella d’Orléans raccontata come vittima e martire, donna che soffre, opponendo intelligenza, umiltà e la sua solitudine ai giudici di Rouen. Uno dei capolavori del muto, e un vertice nella carriera del danese Dreyer che si serve del primo piano (quasi metà del film) per risolvere l’arduo problema del film storico: col primo piano compensa il tempo con lo spazio e riporta al presente lontani fatti storici: il volto umano come specchio dell’anima e del suo destino. Fondato sulla plasticità dell’inquadratura e sui valori ritmici del montaggio, è in un certo senso il capolavoro dell’espressionismo e, forse, l’unico film espressionista non contaminato da elementi letterari e teatrali. Splendido bianconero di Rudolf Maté. (dal Morandini)

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Du skal aere din hustru (1925) Carl Theodor Dreyer

Du skal aere din hustru

7° film muto di C.T. Dreyer, tratto da Tyrannens Fäld (La caduta del tiranno, 1919), commedia di Svend Rindom che il regista purifica e sfronda secondo i principi del suo stile: concentrazione e rarefazione. A Copenaghen l’orologiaio Viktor tiranneggia la moglie Ida e i tre figli. Malata, Ida lascia la casa per curarsi, sostituita dall’energica nutrice Mads (M. Nielsen) che in un mese ridimensiona e fa pentire il tiranno. Ida ritorna dal marito che sembra cambiato e rimette in moto la pendola: “Il cuore della casa batte di nuovo.” Lieta fine ironicamente ambigua. Basta la vecchia governante Mads per dire che questa didattica “storia di un’educazione (obbligata)” ha una leggerezza e una grazia che fanno di Dreyer anche un maestro della commedia: 1) scelta perfetta dei comici; 2) uso originale dello spazio a 360 gradi; 3) soffice e rigorosa direzione degli attori, basata sul togliere e sulle sfumature dei primi piani; 4) montaggio fluido e invisibile, adottato dai registi USA dopo il 1915. Rispecchia fedelmente la poetica dreyeriana: l’elogio dell’amore coniugale; il tema della resistenza passiva; la plastica descrizione della banalità quotidiana. (dal Morandini)

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Michael (1924) Carl Theodor Dreyer

Michael

6° film muto di Dreyer, liberamente tratto dal romanzo Mikaël (1904) del danese Herman Bang, e il 2° girato in Germania dove fu chiamato dal produttore Erich Pommer (Decla-Biosco/UFA) che gli assegnò come cosceneggiatrice Thea von Harbou. Claude Zoret, anziano e famoso pittore, derubato, tradito e abbandonato da Michael, il suo giovane modello preferito che si è innamorato di una principessa russa, muore, lasciandogli in testamento tutti i suoi averi. Impregnato dei temi della paternità (che si confonde con l’omosessualità, centrale nel romanzo), dell’amore e della morte, il conflitto tra maestro e allievo avviene su due piani: l’arte e la vita. Sul primo vince Zoret, sconfitto dalla vita. La concezione tragica della vita di Dreyer ha qui una delle espressioni più compiute. (dal Morandini)

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