Archivi tag: Robert Bresson

Un condamné à mort s’est échappé (1956) Robert Bresson

Un condamné à mort s'est échappé

Dal racconto di André Devigny: nel 1943 un componente della Resistenza, rinchiuso nel forte di Montluc di Lione, riesce a evadere con un giovane prigioniero comune. “Un’opera insolita che non assomiglia a nessun’altra” (A. Bazin). “Il film è un mistero. Il vento soffia dove vuole” (R. Bresson). Se il vento soffia dove vuole, pascalianamente hanno valore pensiero e volontà, coincidenti con una coscienza morale, con un’azione che è l’espressione di un rigore e di una libertà interiori, non piegati alle varie oppressioni del carcere terreno. Continua a leggere

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Les dames du Bois de Boulogne (1945) Robert Bresson

Les dames du Bois de Boulogne

Per vendicarsi del disamore del suo amante, una ricca borghese fa in modo che s’innamori della giovane Agnès che mantiene la madre con la generosità dei suoi casuali accompagnatori e, a nozze avvenute, gli rivela la verità. Tratto da un episodio del romanzo Jacques il fatalista e il suo padrone (1796) di Denis Diderot, sceneggiato dal regista con i dialoghi riscritti da Jean Cocteau, il 2° film di R. Bresson è un esercizio di stile in cui “l’ostinazione e il lavoro molto laborioso di purificazione obbligano al rispetto” (F. Truffaut). Da un materiale narrativo che avrebbe potuto fornire la base di un melodramma popolare (la vendetta, la macchinazione, la vergogna, il colpo di scena finale) Bresson fa, con precise scelte di forma, una tragedia dove i 4 attori principali mantengono, anche nelle svolte più accese dell’intrigo, una dignità squisita e uno stile spoglio di alto livello teatrale. Un insuccesso quando uscì. Capito e rivalutato soltanto a partire dagli anni ’50. (dal Morandini) Continua a leggere

Mouchette (1967) Robert Bresson

Mouchette

Dal romanzo La nuova storia di Mouchette (1937) di Georges Bernanos che aveva ripreso un personaggio di Sotto il sole di Satana (1926). Mouchette, campagnola quattordicenne che vive in una desolata realtà di miseria, violenza, malattia e alcolismo, è violentata da un bracconiere epilettico che aveva soccorso. Poco dopo trova la madre malata in punto di morte. Si sdraia sulla riva di uno stagno e, come per gioco, vi si butta.
A un anno di distanza da Au hasard Balthazar, e sulle stesse linee tematiche, Bresson ritorna a Bernanos cui si era già ispirato per Il diario di un curato di campagna, ma continua a descrivere un mondo senza Grazia, avviandosi verso “un cristianesimo ateo, senza riscatto, in cui l’unico gesto libero che l’uomo sembra compiere è quello di morire” (A. Ferrero). Già risuonate due volte, le note del Magnificat di Monteverdi suggellano, all’insegna della discrezione e del ritegno, la sconsolata sacralità della sequenza finale. (dal Morandini) Continua a leggere

Pickpocket (1959) Robert Bresson

Pickpocket

Michel, giovane intellettuale parigino, diventa borsaiolo per vizio, passione, orgoglio, gusto del rischio, ma si lascia toccare dall’amore di una ragazza madre. Bresson riprende l’espediente del diario di Il diario di un curato di campagna (1950) per fare un film ancor più ascetico, limpido e misterioso, spoglio eppur prezioso, freddo come un diamante, che lascia libero lo spettatore nell’interpretazione, anche del finale. L’azione è frazionata in piccoli blocchi racchiusi in sé stessi che creano un tempo narrativo speciale, aderente al protagonista e alla sua solitudine, ai confini con misticismo o follia. Straordinarie le sequenze sulla tecnica del borseggio. (dal Morandini)

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Le diable probablement (1977) Robert Bresson

Le diable probablement

Un quartetto di giovani nella Parigi di oggi. Charles è il più giovane, fragile e sensibile dei quattro, in rivolta contro la società e il mondo. Cercherà la morte per mano di un compagno di strada, ladruncolo drogato, cui chiede di essere ucciso a pagamento. Bresson filma i suoi personaggi riducendo al minimo la parte superiore del corpo e mostrandone le mani, le gambe, i piedi, gli oggetti che vedono e toccano. Dialogo ridotto all’osso, detto con quel tono senza intonazione che è tipico di Bresson e che il doppiaggio italiano tradisce. Discutibile prima parte, troppo didattica. Rimane la densità dell’itinerario di un’anima verso il suo destino, raccontata da un cineasta che crede nell’esistenza metafisica del Male. (dal Morandini)

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Journal d’un curé de campagne (1951) Robert Bresson

Journal d_un curé de campagne

Un giovane parroco frequenta un castello il cui padrone, un conte, inganna la moglie con grande pena del figlio. Il prete si attira l’ostilità di entrambi. Malato di cancro, va a morire in casa di un prete spretato. Splendida, austera trasposizione del romanzo (1936) di Georges Bernanos. “Un’opera tutta fatta di verità interiore ha potuto per la prima volta passare sullo schermo senza la più piccola concessione” (Julien Green). Indimenticabile. (dal Morandini)

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Au hasard Balthazar (1966) Robert Bresson

Vita, patimenti e morte dell’asino Balthazar, vittima della malvagità umana nella campagna francese, in parallelo con l’esistenza, altrettanto infelice, di Maria, sua prima padroncina. Una delle vette del cinema e della visione pessimistica del mondo e dell’umanità di Bresson, che ha come punti di riferimento letterario Bernanos e Dostoevskij: è un mondo senza la Grazia osservato dall’occhio obiettivo di un asino; una riflessione cristiana (giansenista?) sull’esistenza del male; un viaggio sconvolgente attraverso i vizi umani narrato con un linguaggio spoglio e una concretezza che lascia parlare la realtà (le sue immagini) senza emettere giudizi. (dal Morandini)

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