Archivi tag: Vera Chytilová

Strop (1962) Vera Chytilová

La bella Marta si guadagna da vivere facendo la modella e passa le sere insieme al ragazzo Julian nel bar Olympia Grill. Un casuale incontro con l’ex-compagno di classe Honza, convinto che Marta studi medicina a Praga, la fa riflettere sul senso della sua vita superficiale.
Questo mediometraggio, considerato la pietra miliare della Nová Vlna cecoslovacca, è il saggio di diploma di Vera Chytilová alla severissima scuola della FAMU a Praga, l’Accademia di cinema, teatro e TV dove dal ’57 aveva studiato regia. Continua a leggere

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O necem jinem (1963) Vera Chytilová

Due “vite parallele”: la vita di un’atleta, le sue giornate, l’allenamento, ecc. interpretati da una vera campionessa; la grigia esistenza di una borghese, madre distratta, moglie infedele, egoista e insoddisfatta.
Il film ricorda – è stato notato da molti – Cléo dalle 5 alle 7, di Agnès Varda, e anche se a volte l’alternanza di scene sulle due donne gli dà un tono un po’ didascalico, è non solo uno splendido ritratto di due donne d’oggi, ma anche l’appassionata, lucida difesa di una diversa condizione femminile in una società ancora meschina. Tra i migliori prodotti del cinema cèco, di una regista coraggiosa, spesso in disaccordo con le autorità (cinematografiche) conformiste del suo paese. (Da Dizionario dei film, Firenze, Sansoni, 1968) Continua a leggere

Ovoce stromu rajských jíme (1970) Vera Chytilová

Reinterpretazione moderna e stilizzata della leggenda di Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden, in cui i protagonisti sono Eva, suo marito Josef e Robert, un personaggio serpentino che potrebbe essere un serial killer.
I modi del film rimandano a una miriade di modelli diversi, tali da creare, presi tutti assieme, uno stile assolutamente personale: sembra contemporaneamente un film muto e sonoro, infantile e smaliziato, comico e tragico, pesante e leggerissimo. Con i suoi tagli repentini e le deformazioni delle immagini, il film aveva un approccio troppo formalistico per i gusti delle autorità, e la cineasta fu bandita dalla regia per 8 anni. (da Filmtv.it e da Progetto RC) Continua a leggere

Perlicky na dne (1966) Vera Chytilová, Jaromil Jires, Jirí Menzel, Jan Nemec, Evald Schorm

Perlicky na dne

Film manifesto della Nová vlna. Ognuno degli episodi è l’adattamento di un racconto di Bohumil Hrabal. “L’idea di girare il film è venuta in mente a me e a Menzel… ci dicevamo: ‘Questo Hrabal non sarebbe male aiutarlo in qualche modo, renderlo visibile’… Così abbiamo deciso di portare sullo schermo questi racconti da La perlina sul fondo e Gli sbruffoni. L’idea mia e di Jirí fu subito accettata, ognuno avrebbe scelto e filmato un suo racconto… Gli unici elementi in comune erano il cameraman Jaroslav Kucera e la condizione che in ogni episodio dovesse comparire almeno in una scena lo stesso scrittore, un po’ alla Hitchcock.” (Jan Nemec)
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Sedmikrásky (1966) Vera Chytilová

Sedmikrasky

A Praga, due ragazze, una bruna, l’altra bionda, che si chiamano entrambe Maria, trascorrono le giornate insieme. Facendosi domande sul senso della loro vita e del mondo che le circonda, si rispondono che il mondo è perverso e che perverse vogliono diventare anche loro, ma per gioco. Si fanno invitare da accompagnatori anziani, per scroccare un pasto, mandando poi il malcapitato fuori città, su di un treno. Con un escamotage, rubano pochi soldi alla signora dei bagni pubblici, si truccano in maniera “vampiresca” per farsi notare…
Nulla sembra toccarle, nemmeno il pericolo, ormai sono entrambe irrimediabilmente indifferenti al mondo.
Film dagli intenti provocatori sia sul piano dei contenuti che su quello stilistico Sedmikråsky, per definizione della sua stessa regista, è un “documento filosofico grottesco”. Sul piano tematico il senso dell’operazione è chiaro: le due Marie sono testimoni e vittime dello sfacelo della società e del miraggio di felicità a ogni costo corollario del consumismo, tema che scandalizzò la Cecoslovacchia dell’epoca. Ma è l’aspetto stilistico a farne uno dei film più eccessivi della nová vlna. Vèra Chytilová si diverte, grazie all’ausilio di un mago della fotografia come Jaroslav Kucera, a virare il film impressionando la pellicola due volte, deformando l’immagine con specchi e prismi, deformazioni che riguardano anche il sonoro, piegando il linguaggio del cinema sperimentale a un racconto dai toni surreali che accumula trovate folli e imprevedibili, rinunciando a ogni riscontro logico e ogni contatto razionale con la realtà. Le due attrici, cercate fuori dalla cerchia dei professionisti, si muovono con la dovuta convinzione dando credibilità ai propri personaggi. Il film, che ebbe qualche problema in patria, uscendo con un anno di ritardo, fu fatto circolare all’estero dove ottenne un successo inaspettato. (da activitaly.it) Continua a leggere